SFIDA

IL CORAGGIO
NON BASTA

I nostri operatori combattono l'Ebola ogni giorno,
affrontando la malattia e il dolore. Il coraggio non basta a vincere la sfida:
servono farmaci, attrezzature e risorse.
Aiutaci adesso

SFIDA

Sotto le ingombranti tute protettive ci sono uomini e donne che lavorano giorno e notte per affrontare l'epidemia di Ebola in Africa Occidentale. Non esiste ancora nessuna medicina per curare i malati, nessun vaccino per proteggere le popolazioni a rischio. L'unica cosa che possiamo fare è fornire una terapia di supporto ai pazienti, per aiutarli a vincere la lotta contro il virus. È un lavoro estremamente duro, da un punto di vista sia fisico che psicologico. L’equipaggiamento protettivo si compone di diversi elementi: stivali, tuta, maschera, cappuccio, grembiule, occhiali e due paia di guanti.
“Se Dante avesse immaginato un decimo girone infernale sarebbe stato questo”. Cookie, logista
Per indossare la tuta bisogna rispettare una procedura rigorosa, poiché neanche un millimetro di pelle deve essere esposto. Si entra nella zona di vestizione sempre in coppia, in modo da controllarsi a vicenda. Una volta protetti da questa “armatura” bisogna lavorare con rapidità ed efficienza, perché dopo un’ora sei zuppo di sudore. “Se Dante avesse immaginato un decimo girone infernale – dice Cokie, logista MSF - sarebbe stato questo”. Questo abbigliamento rende irriconoscibili. Molti medici e infermieri scrivono il loro nome sulla tuta per creare maggior contatto con i pazienti che in questo modo possono riconoscerli. In alternativa, utilizzano dei simboli per identificarsi e non essere mai anonimi, come dei fiori per esempio. “A volte mi viene voglia di sedere a fianco di un paziente, togliere la tuta e stringerlo tra le braccia” spiega Carlotta, infermiera italiana. “Vogliamo trasmettere ai nostri pazienti un po’ di calore. Potrebbero morire presto e noi siamo gli unici essere umani che vedranno”.
Vogliamo trasmettere ai nostri pazienti un po' di calore. Potrebbero morire presto e noi siamo gli unici essere umani che vedranno. Carlotta, infermiera
Un’assistenza di qualità consente di ridurre il tasso di mortalità dell’Ebola fino al 50%. Il 50% - un paziente su due ammessi al centro – è un risultato straordinario, soprattutto quando si salvano delle vite. Le possibilità di sopravvivenza aumentano significativamente quando i pazienti si recano con tempestività al centro al comparire dei primi sintomi. Purtroppo, questo accade molto di rado. Spesso i pazienti arrivano da noi quando si trovano già nella fase terminale della malattia. Tutti gli operatori vivono storie tragiche legate alla morte di alcuni pazienti o si trovano a prendere decisioni difficili. Il virus non risparmia nessuno, neanche i più giovani. Un terzo dei sacchi che acquistiamo per riporvi i corpi dei pazienti deceduti, è destinato ai bambini. “È la missione più difficile che abbia mai affrontato – dice Roberta, medico MSF - l’Ebola è una malattia estremamente crudele”. La frustrazione di non essere in grado di fornire assistenza a tutti è ancora maggiore quando le persone arrivano al centro in tempo ma non c’è posto per accoglierle.
È la missione più difficile che abbia mai affrontato l'Ebola è una malattia estremamente crudele Roberta, medico
I pazienti che sopravvivono sono il più forte incoraggiamento per i nostri operatori. Ogni sopravvissuto rappresenta una vittoria sulla malattia, un simbolo di gioia e speranza sia per gli altri malati, sia per i membri delle nostre équipe. Per questo motivo, la guarigione di un paziente e l’autorizzazione affinché lasci il centro sono momenti molto importanti nei centri MSF. Sono più di mille i pazienti guariti che abbiamo curato nei nostri progetti in Guinea, Sierra Leone e Liberia. Alcuni, quando sono stati dimessi, hanno ballato per la gioia. Come Mamadee e Finda! E poi c'è Deddeh che, invece di tornare a casa, ha deciso di restare nel nostro Centro a Monrovia per prendersi cura dei bambini malati rimasti orfani.
Il momento più bello per me è stato la guarigione di una bambina di sette anni. Sono questi gli avvenimenti che danno un senso a tutti i nostri sforzi. Carlotta, infermiera
"Con il mio tutone giallo e i miei guanti - racconta Roberto, medico MSF - ogni volta che vedevo Patrick gli battevo il cinque. Era il mio modo per entrare in contatto con lui e gli altri bambini. Il giorno in cui è uscito dall'isolamento, ormai guarito, l'ho incontrato davanti al centro e gli ho detto 'Ciao Patrick, sono io, il dottor Robi che era dentro quel tutone giallo' e lui ha alzato la manina. E' stata la prima volta che ci siamo dati il cinque fuori dal centro, un momento di grandissima emozione, per me e per tutti noi."
Ciao Patrick, sono io, il dottor Robi che era dentro quel tutone giallo. Roberto, medico
Dovendosi confrontare ogni giorno con la fatica fisica e con un forte senso d’impotenza, frustrazione e dolore, il personale è spesso moralmente provato. In generale, le missioni con MSF hanno una durata compresa tra i 6 e i 9 mesi, ma chi lavora all’interno dei centri Ebola rientra dopo 4 o 6 settimane. La fatica fa commettere degli errori e ogni errore può avere delle conseguenze fatali. Questo è uno dei motivi per cui abbiamo creato un sistema di lavoro di coppia. I colleghi non rappresentano solo un sostegno tecnico, ma assicurano anche l’indispensabile sostegno psicologico.
A volte ci abbracciamo subito prima di entrare nella zona ad alto rischio, dopo aver indossato le tute protettive. In questo caso possiamo prenderci un attimo di tempo per il contatto umano. Veronique, infermiera
“L’équipe gioca un ruolo fondamentale - spiega Carlotta - Viviamo e lavoriamo insieme, ci sentiamo molto vicini l’uno all’altro. In certi giorni si avverte il peso degli eventi dolorosi che si sono accumulati e ci si sente affranti. In questi giorni difficili sono i colleghi ad aiutarti a tenere duro”.
Tuttavia, questo sostegno può essere espresso solo a parole. Perché, per ridurre al minimo il rischio di contaminazione, non è possibile toccarsi in nessuna occasione. “A volte - spiega Veronique, infermiera canadese - ci abbracciamo subito prima di entrare nella zona ad alto rischio, dopo aver indossato le tute protettive. In questo caso possiamo prenderci un attimo di tempo per il contatto umano”. Quando si rientra da una missione di questo tipo si è molto stanchi ma nei nostri operatori prevale un sentimento positivo. “Penso, nel mio piccolo, di essere riuscita a dare il mio apporto”, dice Carlotta. “È importante esserci e cercare di fare qualcosa. Magari è soltanto una piccola goccia nell’oceano, ma noi ci siamo. Dobbiamo far capire alla gente che non li abbandoneremo al loro destino”. Quasi tutti sono pronti, dopo una pausa, a riprendere il lavoro all’interno di un centro Ebola, nonostante i rischi e il tipo di lavoro particolarmente gravoso. “Ripartirò”, spiega Carlotta. “Abbiamo fatto un ottimo lavoro. È stata dura, ma ne è valsa la pena. Ripartirò presto per un’altra missione”.
Ripartirò.
Abbiamo fatto un ottimo lavoro. È stata dura, ma ne è valsa la pena. Ripartirò presto per un'altra missione. Carlotta, medico
– CON 49 EURO ACQUISTIAMO 50 litri di trattamento di reidratazione enodvenosa
– CON 90 EURO FORNIAMO 6 TUTE PROTETTIVE DI ISOLAMENTO
– CON 320 EURO ACQUISTIAMO 1 KIT PER FEBBRE EMORRAGICA (10 giorni di cura per un paziente)